La presentazione dell'ultima opera di David Buckingham recensita per MORE Digital
«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Inizio da questa celebre riflessione di Antonio Gramsci, scritta nel 1930 tra le mura di una cella fascista, per introdurre l'ultimo, densissimo lavoro di David Buckingham, "The end of information: media, knowledge and education in a post-truth age" (La fine dell'informazione: media, conoscenza e istruzione nell'era della post-verità), recentemente pubblicato in Inghilterra da Polity. Apro con l'intellettuale sardo perché nel testo diventa ago analitico di una bussola che aiuta orientarci nella situazione contemporanea. Buckingham lo utilizza per definire l'attuale crisi della conoscenza non come un crollo definitivo della civiltà, ma come una "crisi di autorità" (crisis of authority). Siamo sospesi in uno spazio intermedio dove le vecchie gerarchie informative sono crollate, i media professionali hanno perso il loro ruolo di custodi della verità (gatekeepers) e i nuovi regimi non hanno ancora guadagnato legittimità democratica. In questo chiaroscuro, i "sintomi morbosi" (morbid symptoms) si manifestano sotto forma di post-verità, teorie del complotto, populismo e polarizzazione.
Il peso di un maestro e la sistemazione del caos
Da dottorando in Media Education, ancora giovane nel percorso accademico ma ormai avanti nel cammino di vita, considero il suo "Un manifesto per la media education" (2019) un riferimento imprescindibile sulla materia e ho accolto questo nuovo volume con curiosità, rispetto e come occasione di profonda riflessione storica. David Buckingham non ha bisogno di presentazioni: professore emerito alla Loughborough University e fondatore del Centre for the study of children, youth and media, è da decenni una delle voci più autorevoli nel campo della media education a livello mondiale. Questo libro non cerca di inventare concetti radicalmente nuovi a ogni pagina, ma fa qualcosa di molto più prezioso: propone un riordino sistematico e critico di argomentazioni spesso frammentate, analizzate negli anni da vari autori e dallo stesso Buckingham nel suo blog e nei suoi saggi precedenti. La struttura dell’opera riflette questa volontà di fare ordine nel disordine informativo. Il libro è diviso in due parti: la prima (capitoli 1-6) è una diagnosi che attraversa i nodi della information (informazione), della trust (fiducia), dell’economia politica dei media e della post-democracy (post-democrazia). La seconda parte (capitoli 7-10) analizza le risposte sistemiche, passando al setaccio la regolamentazione, il fact-checking (verifica dei fatti) e, infine, la proposta pedagogica sulla media education e sulla conoscenza.
Rompere le cornici (to break the frames)
Buckingham chiarisce subito, nell’introduzione e nel prologo, che la sua non è una rassegna distaccata. Il libro nasce da un senso di esasperazione (exasperation) verso quella che definisce una narrativa melodrammatica e persino apocalittica della post-verità, spesso alimentata da giornalisti nostalgici di un’età dell’oro che, probabilmente, non è mai esistita. La sua presa di posizione è netta: vuole mettere in discussione il modo in cui il problema viene framed (inquadrato) dai governi e dalle élite liberali.
L’autore attacca frontalmente quello che chiama educational solutionism (soluzionismo educativo). Si riferisce alla tendenza cinica dei politici di presentare la media literacy come una sorta di vaccino tecnico o una lista di controllo (checklist) per individuare le fake news, delegando così la responsabilità del disordine informativo ai singoli cittadini e agli insegnanti, invece di affrontare le radici economiche e infrastrutturali del problema. Buckingham, nel processo di richiamare l'attenzione sul problema stesso, ci invita a chiederci: chi sta inquadrando la questione, per chi e quali sono i suoi interessi?. La critica è assolutamente persuasiva, ma lascia in parte aperta una questione decisiva: in che modo questa consapevolezza delle cause strutturali possa tradursi in pratiche educative concrete, senza ricadere proprio in quel riduzionismo operativo che il volume intende contestare.
Dal manifesto militante alla diagnosi di sistema
Il rapporto con il manifesto del 2019 è affascinante. Nel 2019, Buckingham scriveva con l’urgenza di chi deve difendere una disciplina (i media studies) sotto attacco politico nel Regno Unito. In quel testo, il focus era la legittimazione della media education come diritto fondamentale per navigare nel capitalismo delle piattaforme (platform capitalism). C’era un ottimismo della volontà quasi militante.
Nel 2026, pur mantenendo quel nucleo pedagogico, il tono si fa più cupo ed epistemologico. Se nel manifesto la sfida principale era la filter bubble (bolla di filtraggio), oggi Buckingham deve fare i conti con l'artificial intelligence (intelligenza artificiale) generativa, che non si limita a filtrare la realtà, ma la simula, rendendo la distinzione tra vero e falso non solo difficile, ma ontologicamente incerta. La critica al soluzionismo è diventata radicale: non basta più insegnare ai ragazzi a spuntare una lista di verifica per trovare le notizie false, perché questo ignora il potere del motivated reasoning (ragionamento motivato). Crediamo a ciò che vogliamo credere, a ciò che conferma la nostra identità e i nostri legami sociali, indipendentemente dai fatti.
Il complottismo tra cinismo e “resistance”
Di fronte alle teorie complottiste, confesso di avere spesso reagito con un sorriso di superiorità. Buckingham, però, mi ha spento questo riflesso incondizionato accendendo una riflessione più attenta. L’autore invita a non patologizzare come semplice follia o ignoranza, ma a comprendere come risposta all’alienazione e al disincanto della post-democrazia. In un mondo percepito come opaco e incontrollabile, le teorie della cospirazione offrono una “mappatura cognitiva” capace di restituire ordine e orientamento. Attraverso il riferimento a Mikael Klintman e alla knowledge resistance, Buckingham mostra inoltre che la sfiducia verso le autorità può assumere, per alcuni soggetti, la forma di una difesa identitaria di fronte all’incertezza. Anche per questo i teorici di QAnon si rappresentano come interpreti attivi della realtà, convinti di esercitare il pensiero critico più dei cittadini passivi. È una provocazione importante, perché costringe la media education a interrogarsi su come educare al pensiero critico senza trasformarlo in cinismo. Resta tuttavia il rischio che, nel tentativo di comprendere il complottismo come risposta all’alienazione contemporanea, se ne attenui talvolta la portata regressiva sul piano pubblico, epistemico e democratico.
I regimi di verità e la fine dell'informazione
Buckingham approda a una conclusione filosofica riprendendo Michel Foucault: la verità non è un valore astratto da scoprire, ma un sistema di procedure regolate per la produzione e distribuzione di affermazioni sostenute da sistemi di potere. Questo è il regime of truth (regime di verità). la battaglia attuale non riguarda tanto i singoli fatti, quanto lo status of truth (lo status della verità) e il ruolo politico ed economico che essa svolge nella società.
Qui che il titolo del libro trova la sua giustificazione. Buckingham sostiene provocatoriamente che il concetto stesso di informazione potrebbe aver esaurito la sua utilità. In un mondo dominato dalla attention economy (economia dell'attenzione), dove l'utente è la merce (commodity) e gli algoritmi sono progettati per massimizzare il profitto attraverso la weaponization of emotion (armatizzazione dell'emozione), l'informazione è ridotta a dati quantificabili (bit e byte) privi di contesto e significato. Non viviamo più in un mondo di fatti, ma in un mondo di rappresentazioni (representations) in competizione tra loro.
L'ottimismo della volontà per la Media Education
Nonostante la diagnosi cupa, Buckingham non cede al pessimismo terminale. Nelle conclusioni, torna a Gramsci e al suo invito a essere optimist of the will (ottimisti della volontà) nonostante il pessimismo dell'intelligenza. La via d'uscita non è una correzione tecnica rapida (quick fix), ma una ricostruzione radicale della powerful knowledge (conoscenza potente).
Come dottorando ed educatore, leggo in queste pagine una chiamata all'azione per il nostro sistema educativo. Dobbiamo andare oltre la media literacy strumentale e puntare a una media education che sia analisi critica della produzione, del linguaggio, del pubblico e, soprattutto, della rappresentazione. L'obiettivo dell'educazione non è più solo fornire fatti, ma insegnare i metodi con cui i diversi tipi di conoscenza vengono prodotti e costruiti. "The end of information" sottolinea che non abbiamo bisogno di "più informazioni", ma di cittadini capaci di immaginare che le cose possano essere diverse.
Rimane però da chiedersi se questo orizzonte pedagogico, teoricamente robusto e politicamente necessario, trovi oggi condizioni istituzionali, curricolari e formative sufficienti per tradursi in progetto effettivo.
Buckingham ci consegna un libro che è insieme un requiem per un'innocenza perduta e un manifesto politico per un nuovo inizio della partecipazione democratica.
